TTTSiamo educati sul social network, ma meno che nella realtà: lo racconta una ricerca americana

Quante parole offensive corrono su Twitter ogni giorno? Altro che Di Caprio in The Wolf of Wall Street, che in tre ore riesce a pronunciarne ben 506. Agli utenti del social dei cinguettii invece non ne scappano molte, lo dicono i ricercatori dell’università dell’Ohio, che si sono presi la briga di misurare i livelli di “f**k”, “s**t”, e delle parole ineducate sulla bocca di chi scrive e pensa in lingua inglese.

E mentre il Twitter italiano discute sulle parolacce di Luciana Littizzetto nel corso delle serate sanremesi, quello mondiale, secondo l’analisi, non abusa eccessivamente con le imprecazioni: l’utente medio di Twitter le sceglierebbe a un ritmo dell’1,15 per cento sul totale delle parole postate, usando dallo 0 al 3 per cento del tempo passato su questo social per leggerle, scriverle, ritwittarle.

L’ALGORITMO DELLE BRUTTE PAROLE – La ricerca è alquanto curiosa: gli studiosi della Wright State University, Ohio, Stati Uniti, hanno creato un algoritmo in grado di leggere e selezionare le parolacce all’interno di un totale di 50 milioni di tweet di 14 milioni di utenti che hanno postato messaggi in lingua inglese. La lista collegata conteneva 788 idiomi, dai più semplici e gettonati a parole fantasiose. Un secondo software si è occupato invece di descrivere le emozioni sottese ai messaggi, classificando i tweet con parolacce sotto ai sentimenti arrabbiato, triste, felice, innamorato e così via. In questo modo, i ricercatori hanno potuto calcolare il numero di offese pubblicate, fare una classifica delle più usate, e collegando queste ai sentimenti, hanno anche scoperto in che frangenti emotivi si è più propensi a dire brutte parole. I risultati della ricerca sono poi stati presentati a inizio settimana a Baltimora, nel corso di una conferenza mondiale per sviluppatori.

QUANTE VOLTE? – Non molte appunto: l’1,15 per cento delle parole scritte sono parolacce. La più usata? Con il 35 per cento dell’uso sul totale, è il nostrano “c***o”, ovvero l’internazionale “f**k”. Seguito da altrettanto comuni e ormai internazionali shit, ass, bitch. E così via. A livello temporale, lo spazio usato per le brutte parole va da un minimo dello zero per cento per alcuni utenti, fino ai più prolifici che passerebbero il 3 per cento dei loro minuti su Twitter a confezionare messaggi che le contengano. Dunque si dicono poche parolacce, rispetto al totale dei messaggi, ma confrontando i dati con quelli di precedenti ricerche sulla lingua parlata, emerge come in media nella vita quotidiana si usino termini offensivi tra lo 0,5 e lo 0,7 per cento delle parole pronunciate. Meno dunque di quanto non si osi scriverne su Twitter. E altre ricerche, ancora, hanno scoperto che l’incidenza della parolaccia nei post è più alta di quella di parole di uso comune, come we (noi) o our (nostro).

TEMPI, SENTIMENTI E RETWEET – I tweet maleducati arrivano in maggioranza quando il contenuto esprime sentimenti di tristezza, accade tra quelli analizzati nel 21 per cento dei casi. Si impreca meno quando si è arrabbiati, un po’ a sorpresa, in questo caso infatti la percentuale scende al 17 per cento. Anche nei messaggi di amore (7 per cento dei casi) ogni tanto scappa la parolaccia. Ma l’azione in cui le parolacce pullulano raddoppiando o triplicando è il retweet: quando si ricondividono post altrui infatti si tende ad aggiungere il proprio zampino, e a rincarare magari la dose del messaggio inserendo un’offesa. Lo studio ha ipotizzato inoltre un orario particolarmente sboccato: i tweet analizzati lo diventavano molto dopo le 5 di pomeriggio, con l’apice toccato alle 21. I più maleducati? Gli uomini, ma solo nei messaggi rivolti ad altri uomini, spesso all’interno di conversazioni e risposte scaturite da un post dunque. Mentre i Vip, almeno quelli che vantano oltre 68mila follower, si sono dimostrati i più educati di tutti.

FONTE:http://www.corriere.it/tecnologia/social/14_febbraio_21/twitter-poche-parolacce-3cb29e26-9aea-11e3-8ea8-da6384aa5c66.shtml